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racconto: Racconti Arcani
di Matteo Sciutteri [non registrato]
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Bacini di entità divine, dalle forme contorte e tentacolari, avvolte nella nebbia rossa. Li osservo da molto. Mai avrei creduto possibile una cosa del genere,un’accatastarsi di demoniache verità, immerse nell’irradiante purezza dell’oblio. Se solo avessi immaginato che Tali cose abitare il profondo,non avrei varcato la soglia, vomitando altera pazzia con il mio sconsiderato gesto. Pazzo uomo mi mostrai,quando lessi quel testo appartenuto al Principe del vuoto; volubile e debole uomo mi mostrai quando la tentazione del viaggio si fece tra i miei pensieri ed io non la soffocai subito. Troppo ambizioso? Audace o pazzo? Non voglio, adesso,giudicarmi per un’azione che causò grande tribolazione alle mie membra. Folle azione fu attraversare quel cancello dai lembi dorati,e la soglia bagnata di lucentezza. E quello che vidi dopo in breve e scombussolante viaggio altro non fu che una rammaricante e peccaminosa visione. O forse, solo,una mera illusione. Cerchi di fuoco e fiamme do follia. Quattro lingue serpeggianti di cristallo fuoriuscivano da una colonna di vetro. O ghiaccio. Non mi avvicinai mai abbastanza per verificarlo. Il pavimento sul quale poggiavo i piedi era trasparente come anche il soffitto. Il riflesso di quella titanica colonna tendeva all’infinito. All’interno sabbia o sale, come una mastodontica clessidra. Dal bacino abissale emergevano freddi testicoli, di vorticose creature. Bubbi salitosi, immersi in una mostruosa placenta singhiozzavano blasfeme preghiere, invocando una fine. Ma dopo qualche istante neppure sentivo più le loro suppliche, rivolte verso una misericordia solitaria e profana. Sconsacrati simboli incisi su un viale indicavano la via verso il niente, mentre alle mie spacce c’era l’infinito nulla di ghiaccio. Soltanto in lontananza si udiva il vociare dei dannati e le bestemmie delle bestie di Edon. Non volendo restare lì ancora a lungo mi incamminai lungo il viale rurico,ansimando,piangendo e maledicendo me stesso. Dopo ore, o giorni;o forse settimane o anni. Credo lustri. Ebbene giunsi al tempio costruito dai Calderici, per adorare Belial, l’Adamo dal sangue nero. Oltrepassato l’arco principale mi ritrovai in una stanza larga 4 cubiti, alta 6 e lunga 38. Statue di Baal, Gog, Vriel, Samueel e degli altri illuminati oscuri, riempivano la navata centrale. Sullo sfondo archetipi di bassorilievi tutti simili tra loro. Croci uncinate pendevano dal nero soffistto, legate ad arazzi bellicosi, raffiguranti scene di battaglie tra Loki e Odino. Vomitai per la seconda volta sangue.
- Piccolo elfo non sei forse tu la voce degli uomini? - a domandarmelo era una donna, dai neri capelli, la pelle pallida e le labbra violacee.
- Non avere timore,scricciolo di mortale. Non sono qui per nuocerti. Se ho attraversato il lago di fiamme è perché lui vuole vederti. Nessuno può avvicinarsi a lui, se non è lui ad attirarlo. Ciò che vedi, altro non è che il regno dei grandi antichi. Questo tempio fu costruito quando ancora sul tuo pianeta regnava il grande Re. Molti striscianti perirono durante la costruzione, e forse il doppio furono neri magri che persero la vita tra queste mura in rituali vietati e chi non porta il segno della bestia. Hai paura o soltanto… non capisci? Vuoi tornate indietro? Bene, seguimi…
E dopo essersi voltate, si incamminò in un lungo cunicolo fino nel profondo. La fredda pietra era ricoperta di oltraggiosi segni. Poi, giunta davanti ad una porta, si fermò.
- Ecco. Questa è la via del ritorno. Ma lui ha stabilito che per attraversarla dovrei uccidere me. Ne avrai il coraggio, debole e stranito Cagliostro?
Io… volevo uscire. A qualunque costo. La afferrai per il collo. Strinsi le mani. Lei non si ribellò mai. Sentivo il sangue pulsare nelle sue arterie. Avvicinai il mio volto al suo. Leccai la sua guancia. Riempii di saliva le sue labbra e con una dentata fulminea le strappai l’occhio sinistro. Mentre lo ingurgitavo lei mi fissava, immobile, in balia delle mie azioni. Affondai i miei denti nella sua nuca. Dapprima, l’amaro del suo sangue bagnò le mie labbra,poi sentii scricchiolare il suo cranio. Infine il sapore dolciastro del suo cervello fece capolinea nella mia bocca. Dopo aver divorato la testa della donna varcai la soglia. Una luce intensa. Non riuscivo a tenere li occhi aperti. Quando il calore tornò sul mio corpo, sbarrai gli occhi. Ma… ero in questa cella. Su un lettino di legno,con una maschera sul viso e le mani legate sulla schiena. Domani verranno a prendermi. Sedia elettrica. Condanna? Morte. Accusa? Morte. Di mia moglie, trovata con il cranio fracassato, e parte del cervello divorato. Pensano sia stato io. Ma io l’amavo. E poi… non posso essere stato io, ero nel profondo, e qualcuno l’ha uccisa. Non avrei dovuto lasciarla sola. Io… non me lo perdonerò mai. Ma non sono stato io… Per piacere,credetemi… Io sono innocente… Dovete credermi… Io l’amavo… Vi prego…
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