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Prova del concorso 1 (26-04-2006) a tema I mondi fantastici prova vista 488 volte
racconto: La locanda "al cinghiale"
di Matteo Sciutteri [non registrato] ()

Nell’istante nel quale entrai in quella stanza, ricca di profumi e avvolta dal fumo delle pipe, tirai un sospiro di sollievo.
Finalmente ero salvo, e potevo riposarmi un poco, prima dell’alba.
Mi diressi verso l’uomo dietro al bancone, un uomo grasso e pelato, con la barba unta e la voce dura. Sempre sospettoso con tutti, mi servì in malo modo.
E mentre mi accingevo a sedermi sullo sgabello scricchiolante, un capogiro mi fece perdere l’equilibrio e una nuova visione si impadronì della mia mente.

Camminavo al buio, affondando brevi passi nell’acqua melmosa delle fogne, mentre le urla e i versi gorgoglianti di quei dannati coboldi ancora riecheggiavano lontani.
Erano ore che correvo, dopo essere stato assalito e depredato. Mi avevano portato via tutto, compresi i vestiti.
Ero ferito e il sangue colava caldo lungo il mio collo.

Quando riaprii gli occhi, la prima cosa che il mio sguardo incrociò, fu il soffitto in tavole di legno scuro posate in modo irregolare.
La locanda ‘al Cinghiale’ non era quello che si poteva definire un locale nobiliare, né certamente il posto migliore dove trascorrere una tranquilla serata.
Ma se raffrontato con le umide e gocciolanti gallerie sotterranee nelle quali ero rimasto rinchiuso per mesi, sembrava di essere in paradiso, tra dee e ninfee pronte a soddisfare i piaceri di ogni uomo, tra valli bianche e ambrosia da mangiare, degustare, per saziare sia la fame che la sete…
Il pagliaio sul quale ero adagiato emanava un fetore paragonabile a quello di una stalla.
Mi misi a sedere sul bordo del letto di paglia scrutando attentamente ogni angolo della stanza.
Era piccola, senza finestre, e molto umida.
Forse ero in uno scantinato.
Forse.
La piccola porticina si aprì, e un uomo fece capolino da essa.
Teneva tra le mani una piccola candela e una mela.
Appena mi porse il frutto lo afferrai e, divorandolo avidamente, cercai di sfamarmi.
Ma ovviamente non poteva bastare. Erano giorni che non mangiavo.
Mi alzai, ancora barcollante, e afferrai gli stracci posati sulla sedia accanto al letto.
Mi vestii.
Poi uscii e salendo pochi gradini giunsi di nuovo nel salone.
Avvicinandomi ad un tavolo, mi accomodai su una sedia.
Rivolsi dunque la mia attenzione a tre strani personaggi seduti al tavolo accanto.
Erano tre avventurieri, stanchi della vita e delle ingiustizie; erano stranamente silenziosi.
E mi fissavano.
I loro grandi occhi scuri e le loro sopracciglia aggrottate mi avevano letteralmente ipnotizzato, calamitando il mio sguardo.
Poi, come se nulla fosse, quello dei tre che aveva tra le mani uno strano strumento musicale a corda, ruppe quel angosciante silenzio, ed intonò quella che mi parve la più bella e malinconica canzone che le mie orecchie udirono fino a quel momento.
Una canzone priva di emozioni, tanto da sembrare fredda, gelida, ma dai suoni così vividi che faceva bruciare i cuori degli uditori.

Lacrime di Luna

La notte scese
Ed il fuoco bruciò
La brace si accese come il desiderio dentro il mio cuore

Sai a volte fa male
Lottare contro il vento
Ma non è normale
Assaggiare la vita, mentre muore

Ad ogni notte segue la luce
E questa vita, via ci conduce
Ad ogni sogno segue il risveglio
E sul tuo sonno ogni ora veglio

Impugnai la spada
Cercando la vendetta
La pietra di giada
In cambio del tuo amore

Sentivo la rabbia
Tra le mie vene
E sotto la sabbia
Mi nascosi urlando

Ad ogni ora segue la vita
E questa notte forse ci invita
Ad assaporare il ricordo del mare
E sul tuo viso, lacrime amare

Ad ogni notte segue la luce
E questa vita, via ci conduce
Ad ogni sogno segue il risveglio
E sul tuo sonno ogni ora veglio.

Davvero non avevo mai sentito nulla di simile. Era come se tra quelle parole fosse rinchiusa tutta la mia esistenza. L’orologio a pendolo, adagiato in un angolo del salone suonò le tre. Molti si alzarono, alcuni si svegliarono dal torpore dell’ubriacatura.
Altri rimasero lì, a dormire seduti sui tavoli, con il volto verso il pavimento, la bocca socchiusa e un filo di bava che dipingeva sul tavolo linee irregolari.
I tre avventurieri si infilarono su per le piccole scale, verso le loro stanze.
Io, ancora incredulo, mi voltai e mi diressi verso lo scantinato. Una rapida occhiata al vecchio locandiere, e ci accordammo tacitamente per rimandare ogni trattativa sul vitto e alloggio al giorno successivo.
Mi adagia sul letto e chiusi gli occhi. Poi nella mia mente, sogni, Visioni; da un altro mondo. Da altre dimensioni. Da altre vite.
Sognai, nella Locanda al Cinghiale.



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