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racconto: L’omicidio di Lady Violetta
di Ge [non registrato]
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Archivio Ducale:
Giorno nono, anno ventesimo dalla grazia della fondazione.
Omicidio Lady Violetta.
Atto V, paragrafo II
Testimonianza cartacea inquisito "Ge"
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"..Merda.." Mi si era infilato l'uncino nella coscia, la carne viva aveva già formato una crosta di sangue. Non ero abituato a quel dannato uncino, i cerusici me l'avevano attaccato da poco, dopo che per lune avevo trascinato il moncherino per le vie della cittadella, senza possibilità di reggere più una spada decentemente. Da quel dì la mia carriera di mercenario era finita, finita in un'orinatoio oppure alle radici di un'albero buono per il piscio dei cani randagi, probabilmente lo stesso sotto cui mi ero svegliato anche quell'infausto mattino. Vi era un tempo in cui indossavo la mia corazza: aveva schinieri, spallacci, ornato il pettorale di uno Scorpione finemente intarsiato dai mastri fabbri, avevo il mio mantello, dono della più Nobile tra i Decani, mentori del Ducato. Una spada, la mia spada, temuta e pagata a caro prezzo, muovevo le fila di ogni guerra, mi dicevano guerriero saggio, consultavano la mia voce le più alte tra le cariche, l'agio nel peso della gloria. Finirei per scrivere per l'ennesima volta, Esimio Giudice, delle lacrime del mio passato, cercherò di evitare, forse voi stesso, tra l'altro, ricorderete. Zoppicavo, caccole agli occhi, nei giardini del Conte. Bado a ricordare che non era cosa vietata soggiornare lì, paesani e corporazioni avevano preso lì dimora, ed io, sempre in nome del caro bastardo passato, avevo bolla, che ancora conservo, con permesso di varco firmato dalla Guardia delle milizie governative. Immaginerà, Illustre Corte, non ero in condizione, per di più era prima mattina, o meglio, mi ero appena svegliato, ma credo il sole fosse già oltre il picco da un pezzo. In tutta sincerità, confesso, i vizi non mi mancano e, dileguati gli amici che un tempo mi coprivano di allori, ho preso a consolarmi con la bottiglia. Bado a sottolineare che il rhum, buone annate, è da sempre bevanda in cui mi diletto, ne avrete la certezza che è la consuetudine ascoltando la voce dei più conosciuti Mercenari, è segno distintivo bere, quasi un'iniziazione doverosa. Stò divangando, non vorrei le alte toghe perdano troppo tempo a leggere la testimonianza scritta e ad aprire le sbarre. I giardini sull'isola, oltre il ponte che taglia il lago, erano già zeppi di capannelli, i soliti villani straccioni che non si indaffarano nella meditazione come me, ma a tutti i costi, sempre troppo alti, svendono cianfrusaglie, pollame e scartoffie, mercanti da due soldi. La mia bottiglia era vuotata, avevo pensato fosse il caso di medicare con il rhum la ferita nella coscia, il ferro rugginoso è un guaio se durante la notte vi si infila nella carne. Volevo soltanto trovare un'altro goccio. A Palazzo stava sfilando il corpo dei Dragoni, come ben sapete la difesa personale del Magnifico Conte, attorno i pezzenti buoni per l'elemosina, i miserabili. Io al contrario mi definisco eremita, sono degno del ricordo del mio orgoglio nonostante i miei cenci non profumino di lavanda. Perciò mi affrettai a presentare il mio nome agli onorabili Cavalieri, sia mai avessero bisogno di uno stratega dalla lunga esperienza per commissioni militari. Mi risposero con insolenza, le giovani leve non hanno imparato alcun rispetto. Un mannaro, insignito della carica di Grifone, ebbe certo da riconoscermi e mosso a lungimiranza mi offrì un servizio come lavapiatti all'osteria dentro le mura. Il cambio erano monete e rhum. Restio ad accettare mi commossi e ricordai la mia tenace umiltà impartitami dal gran ciambellano in persona quando ancora servivo per ori e ricchezze il Ducato. Lo sciaquio delle stoviglie è un gran daffare, assicuro, quei porci di tavernicoli conciano osti e osteria peggio dei grugni putrefatti dei bovi. Avevo un'ora d'aria, come già ho ripetuto fino a farmi la lingua violacea agli Inquisitori che mi hanno deprecabilmente sbattuto al fresco, tra la decima e l'undicesima ora, prima di ramazzare e avere la mia paga. Decisi di consumare le mie ultime scorte di erbapipa ai piani superiori, oltre la scalinata che porta alle stanze del Consiglio, dove un tempo stava la mia poltrona personale con tanto di riservatezza e nomea marchiata in porpora sui deschi. Bei ricordi dello scroto, ora l'han bruciata la mia merda di poltrona e non mi hanno nemmeno restituito in soldi la bolla di onoreficenza, ma di questa storia infame sapete già, esimio giudice, ho esposto denuncia per ben tre vacca di volte, attendo risposta quando sarò fuori di qui accolto dalla Corte delle Rose come alto funzionario per meriti ad vitam. Nel salone dei Congressi stava sia la ora defunta, pace all'anima sua, Violetta, sia quel fedifrago cane rognoso e bastardo ingannatore del Generale Cratere. Ricordo, si badi bene e si metta gli atti, che quel piccolo nano schifoso ha preso il mio posto e conoscete già la storia tutti, ma adesso si spendono gli allori per lui che non vale tre oboli all'Ade per un gatto morto. Il villano stava intortando l'angelica cittadina, con il suo solito fare, quella barba lunga e tagliata di sbieco, impomatata tanto che mi ha sempre ricordato le foglie di gelso dopo che mi ci sono pulito il deretano. Ci mancherebbe che si'ffatta donzella si lasci avvicinare da simile reo confesso, avrà avuto di certo stuoli di pretendenti migliori dell'ultimo dei giannizzeri. Bisboccia, ho già testimoniato, non potevo permettere che un falso Cavaliere come il nuovo pessimo Generale rendesse infamia in tal guisa alla fanciulla.
Mi si conceda un'excursus, credo sia bene replicare nuovamente e che sia messa agli atti la mia denuncia, perchè paghi il misero con il fio della vita, lui, non io ed una volta per tutte.
Quando vincemmo la guerra contro i benliuri, gloria che mai dimenticherò, vi fu un complotto, ordito, macchinato ed organizzato dal villico Cratere stesso. Ai tempi lui era al rango, nell'esercito da me medesimo guidato, di semplice Nemesi, tre gradi sotto al comune Maestro d'armi quindi. Avevo io stesso punito a tre giorni di dissidio il becero perchè, sulle ben tre segnalazioni che stanno agli atti dell'archivio della baronia, aveva stretta amicizia con Lord Finegan. Il vampiro, nemico di vecchia data del Ducato, in battaglia appoggiò i benliuri in qualità di informatore, spia viscida quindi, serpe in seno che si trastullava l'ano all'interno del nostro grandioso ducato. Non è mistero ma certezza che Cratere, schifoso, comprò con ori la fedeltà dell'informatore con la promessa di grazia a guerra terminata in cambio dello sporco lavoro di mozzarmi la mano. Fu quell'insulso rettile a mozzarmi la mano in sonno, quasi ci lasciavo le penne, fosse ancora vivo il mio fedele scudiero Nemei riferirebbe mie stesse parole. Sulla morte dello scudiero testimone già sapete quante volte abbia denunciato a squarcia gola la possibile colpevolezza del neo comandante in capo, nessuno ha levato la mano contro quelle guancie bastarde ancora, fremo per poterlo fare. Indi dichiaro sia degradato ed esiliato dopo aver lavorato forzatamente al servizio degli stallieri di Corte. Mi pare il minimo.
Ordunque, la bisboccia nel salone constò in quanto vado a scrivere: di risse son abile, passato nella gloria mercenaria, nessun ubriaco, me medesimo, mi può intimorire, nient'affatto se nel mezzo ci son damigelle. Assestai un pugno sulla mascella del bastardo, ne porta i segni ancora addosso e l'uncino glielo cavai nell'inguine, sotto le coste di ferro della corazza che non gli spetta. Sfiorai i testicoli, ma probabilmente è già eunuco, si vocifera se la passi volentieri con i poco di buono della Locanda del Gambero, ma io presumo che non disdegni nemmeno il marrone di conigli e pecore. Il pivello, sapendo di perdere, sfoderò la bastarda e me la punto al petto, giurando di trafiggermi per l'onta se avessi fatto parola del suo tentativo rozzo di approccio con la onorabile donzella defunta. La stessa piangeva e lacrimava, santa e pia beltade. Ovviamente, glorioso prode dei tempi passati, rifiutai e dunque il villano mi incastrò. Sia mai che mi metta al cappio senza che io, Lord Ge, prima glielo stringa al collo con doppia mandata a scorsoio. La sua efferata brutalità colpì senza rammarico, pari coscienza ed onore di un sozzo trescone, il petto della nobil donna, la uccise in un bagno di sangue. Non potei nulla e quando mi gettai nell'ultimo disperato tentativo sull'assassino egli, sol perchè aveva il manico in pugno, mi squartò la gamba, ferita profonda, niente a che vedere con il mio tenero uncino mattiniero, ferita che mi lasciò disteso a terra e lancinante. Ora, i fatti sono incontrovertibili, il mio onore è saldo e non sarà la carica di Condottiero che ora riveste a fargliela passare franca, men che meno quelle due boccate di erbapipa mi incastreranno. Ho ascoltato sin troppo, troppo ho subito, insulti indegni del mio buon nome. Sono un vagabondo è vero, ramingo che vive di passato, ma degna è la mia fedeltà alla giustizia e al ducato. Sia messo altrettanto agli atti che i nuovi Sibili, carica terza di grado maggiore dell'esercito governativo, mi hanno appellato in pubblica piazza come vado citando: Scrofa, ubriacone del mio pisello, vecchio incapace, assassino scandalo dell'esercito ed altri amenicoli che tralascio per grazia e pudore. Consiglio, memore delle punizioni che impartivo quando fui gloria della spada, di far loro rassettare le pavimentazioni delle armerie sotto la piccionaia con spazzole piccole e senza possibilità di usare acqua.
E' tutto, Perfetto Giudice e Venerabile Corte, la mia testimonianza ha qui termine sperando sia celermente scarcerato e rinsignito del mio orgoglio previo pagamento pecuniario di ammenda per moralità lesa.
Lord Ge, Comandante ad honoris causa
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Note:
Il carcerato numero 457 si esprime in maniera scurrile e volgare. L'indagato è accanito bevitore, fumatore d'oppio, conserva la nomea di attaccabrighe molesto, straccione e villano. Il suo passato nelle file dell'esercito è di dubbio ricordo, vaneggiante attinenza nella testimonianza si trova nei reali accaduti. Le ingiurie a nome del valoroso Generale Cratere sono del tutto false, l'esimio stesso ha mostrato celermente prove del reato con galanteria che si conviene. Ritrovate traccie di sangue della defunta sull'uncino dell'indagato.
Grangiurì dell'abecedario
Sentenza:
A Nome del popolo del Ducato la Corte decreta morte dell'inquisito Ge, reo: -Del delitto di Madamigella Violetta -Improperi sul buon nome del Generale e dell'esercito -Reietto per demerito dal corpo di servizio governativo -Mancanze di buon costume, consumazione d'oppiacei, alcolici e vita da rinnegato.
La morte avvenga all'alba per impiccagione, nella piazza antistante al torrione di Palazzo. Si bruci ogni ricordo del dannato che faccia riferimento al passato succitato.
Con il benestare del Magnifico Conte.
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