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| Prova del concorso 1 (26-04-2006) a tema I mondi fantastici | prova vista 510 volte | |
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racconto: Reperto 23467: Vendes Rosen’ylw Hastur
di Anna Pisoni [non registrato] (http://sognodinotte.splinder.com/) Ciò che segue è il racconto ritrovato nell’abitazione di uno scrittore, ucciso in circostanze misteriose. Pare essere una specie di intervista, avuta chissà quanto tempo prima, con una persona il cui cognome è tristemente noto in molti Reami, a causa della tragica fine della famiglia che lo portava. Viene riportata integralmente, poiché testimonia quanto accadde… ******* Vendes Rosen’ylw Hastur "Ricordi confusi…immagini sfocate…presenze avvertite chiaramente ma nessuna riconoscibile…dolore, molto dolore…" "Voci che si sovrappongono come in un incubo…voci che scherniscono…voci che all’opposto si preoccupano…a tratti mi insultano e subito dopo cercano di riportarmi alla vita…ma sono voci diverse…non capisco…lasciatemi stare, lasciate che mi liberi dal dolore…" "Luce…tenta di attirarmi di nuovo verso di lei, un gemito nelle orecchie…da dove viene? la voce è la mia stavolta…non voglio, mi ferisce gli occhi, esplosioni nella testa come fuochi d’artificio…ancora dolore…" ******* <dopo aver pronunciato queste parole confuse si chiude nel silenzio…sembra quasi essere in un’altra dimensione, lo sguardo vacuo di chi vede o sente cose che nessun altro può percepire…lentamente le labbra si aprono, e la voce melodiosa inizia a parlare…> Mi sveglio di soprassalto, come sempre mi capita quando queste immagini riemergono dal mio inconscio. E la reazione rimane sempre la stessa, anche se sono trascorsi anni da allora: odio. Ci vollero molti giorni perché il mio corpo si riprendesse dalle ferite subite…la mia mente ci ha messo molto di più, o forse tuttora non è guarita, e chissà se lo farà mai…il trauma è stato devastante, e ha cancellato i momenti più terribili, quasi che una mano pietosa avesse prelevato la mia coscienza durante quel breve ma interminabile lasso di tempo, separandola dal corpo che era oggetto delle più atroci violenze senza senso. Nonostante ciò, il mio equilibrio è stato gravemente compromesso. Era una cosa a quanto pare normale, in quel particolare periodo della storia umana in cui la follia pareva lo stile di vita più comune, che il desiderio espansionistico di signorotti imbelli costasse la vita di interi villaggi…uno di questi fu il mio. Ancora non so per quale motivo mi sia salvata. Porto sul corpo le ferite inferte da persone che avrebbero potuto essere miei parenti, in circostanze diverse, ma sono le ferite dell’animo quelle che non guariscono. E forse è assai meglio così. So solo che non mi libererò mai dal ribrezzo provocatomi dal solo trovarmi vicino ad altri miei simili, disgusto che nemmeno rappresentanti di altre razze notoriamente più malvagie mi ispirano. Sono passati anni, dicevo, e in questo lasso di tempo molti esseri umani, per lo più maschi poiché essi mi hanno umiliato di più, hanno perso la vita per mano mia. Magari non esisteva nemmeno una reale motivazione, semplicemente la mia furia trovava sfogo su di loro. A volte mi chiedo se qualcosa nella mia mente non si sia irrimediabilmente spezzato in quel freddo giorno in cui la mia vita è stata travolta…molto più spesso non mi interessa nemmeno scoprirlo. <lo sguardo si sfoca…gli occhi tornano a vedere immagini che da anni ossessionano la sua mente> ******* Non ebbero preavviso. Ma se anche lo avessero avuto non sarebbe cambiato poi molto. La marea composta dai soldati e dai mercenari che marciavano sotto il vessillo di Melvenith travolse la pacifica cittadina, e prima che si potesse organizzare un qualunque tipo di difesa, l’esercito invasore aveva già iniziato la sua danza di morte, depredando ed uccidendo senza alcuna remora. Northwood era posta sul confine tra due Ducati da tempo rivali, quello di Delveth, a cui apparteneva, e quello di Melvenith, ed era perciò vittima sacrificale di quel gioco di potere che i rispettivi Signori, troppo boriosi per preoccuparsi di altro che non fosse l’espansione del loro Regno, portavano avanti da tempo, sulle vite dei loro sudditi. Quando Melvenith, il più grande dei due, si stancò delle continue provocazioni del Signore di Delveth, decise di dare una lezione a quel Nobile esagitato, e la sua ombra cadde sulla cittadina di confine, la preda più a portata e più adatta a fare da esempio della rovina che poteva abbattersi. Il Casato più in vista di Northwood, quello dei Rosen’ylw Hastur, venne usato come monito per chiunque si fosse azzardato a sfidare la potenza del Signore di Melvenith. Il capofamiglia venne decapitato davanti alla sua famiglia, stessa sorte toccò al figlio maschio, mentre la moglie e le due figlie femmine vennero violentate ripetutamente e percosse con perverso sadismo. Infine vennero radunate vicino ad un muro, e lì fecero da bersaglio per gli arcieri, che le investirono con una raffica di frecce. Quindi ripresero a portare morte nelle strade. Quando tutto finì, i pochi sopravvissuti cercarono tra gli innumerevoli corpi sparsi, nella speranza di trovare qualcuno dei loro cari ancora in vita. La cittadina era in rovina, incendi divampavano ancora in molte case crollate, mentre i gemiti dei feriti e dei moribondi permeavano l’aria, già nauseante per l’odore di morte. La piccola Vendes, figlia minore del Casato distrutto, venne trovata miracolosamente ancora in vita, nonostante le gravissime ferite…in qualche modo la sorella maggiore e la madre avevano intercettato la maggior parte dei colpi, e le frecce che l’avevano raggiunta non avevano leso organi vitali ******* <passa una mano sugli occhi per eliminare il residuo di quei ricordi…la mano trema lievemente, ma contrariamente a quanto un osservatore potrebbe pensare non si tratta di emozione, bensì di odio a stento trattenuto…con dita delicate afferra un calice di vino rosso, che comincia a sorseggiare…indi lo posa sul ripiano davanti a sé, e piegando le labbra in un sorriso riprende la narrazione…per alcuni minuti rimango incapace di ascoltare, poiché quel sorriso angelico nasconde qualcosa di incredibilmente freddo e crudele…deglutendo cerco di riprendere la concentrazione…>
Non appena ripresi le forze scoprii che i miei concittadini mi avevano portato nel Castello di Delveth, ove il Signore ci aveva concesso protezione, visto che le nostre case non esistevano più. Dopo le torture subite non avevo più parlato. Gli altri che mi stavano vicino si sentivano a disagio sotto la mia assoluta mancanza di esternazione di dolore per la morte dei miei cari. Non potevano immaginare la furia che si era impadronita di me, ed ogni volta che una ferita che stava guarendo doleva, o ogni volta che il mio sguardo si posava su una cicatrice sul mio corpo, questo odio veniva silenziosamente alimentato. I miei unici barlumi di interesse parevano provocati dalle armi…passavo le ore nel cortile a guardare i soldati allenarsi. Sapevo già combattere nonostante la giovane età, poiché mio padre era di larghe vedute ed aveva pensato che sarebbe stato meglio se ognuno di noi fosse stato in grado di difendersi. Presi l’abitudine di allenarmi in solitudine, quando nessuno poteva vedermi. Tuttavia il Capitano mi sorprese… fu colpito dall’acerba abilità, e decise di perfezionare la mia tecnica…<una pausa…inclina il capo di lato come a riflettere> Non so se lo avrebbe fatto se avesse saputo cosa avevo in mente…<scrolla le spalle> Quello fu un periodo relativamente sereno, la mia determinazione era assoluta, il Capitano riuscì anche a farmi riprendere a parlare, per quanto la mia espressione non cambiasse mai, una maschera di assoluta freddezza….<sorride maliziosa> Imparai solo in seguito a perfezionare anche questa caratteristica, in modo da illudere la gente mostrandomi compiacente… <Sorseggia nuovamente il vino, mentre sento il gelo pervadermi le ossa: questa donna emana un’aura glaciale, nessuna emozione pare sfiorarla…quando rivolge nuovamente la sua attenzione a me pare soppesare qualche pensiero…l’intensità del suo sguardo mi mette a disagio> Non c’è poi molto da dire ancora. Inspiegabilmente poco tempo dopo il Signore di Delveth venne assassinato nel suo stesso castello. Si pensò subito ad un sicario di Melvenith, ma si dovettero ricredere quando anche l'altro Nobile venne spietatamente ucciso…<abbozza un sorriso compiaciuto> Si, devo dire che le lezioni mi erano state particolarmente utili…<scoppia in una risata argentina> Non feci più ritorno in quella che fu la mia Terra. Sparii da un giorno all’altro senza avvertire nessuno… <segue un silenzio che pare protrarsi un’eternità…pur non guardandomi, ho l’impressione che lei stia godendo della condizione in cui mi ha messo, e che mi stia osservando…sobbalzo violentemente quando lei si alza, indicando così che il nostro colloquio è terminato> Non c’è altro…ora sono qui, domani chi lo sa. Spero che la Vostra curiosità sia stata soddisfatta. <tende una mano, la afferro titubante, trasalendo per la decisione della sua stretta; il sorriso sulle sue labbra è sincero e schietto, come l’espressione mortale dei suoi occhi…incapace di pronunciare una sola parola la osservo uscire, con il passo aggraziato e sicuro di chi sa di avere carte da giocare…qualcosa, nel mio profondo, mi sta dicendo che sarà meglio evitare di avere di nuovo a che fare con lei, come se la fortuna potesse decidere di non sorridermi una seconda volta…> ******* Così termina il racconto…non ci sono altre indicazioni al riguardo. L’originale viene conservato altrove. Ho fatto delle copie, se una è giunta nelle Vostre mani, Vi aiuterà a capire con chi avrete a che fare se incontrerete questa donna per la Vostra strada. Firmato: Capitano Dyrel di Fargard. numero di click: 558 |
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