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Prova del concorso 1 (26-04-2006) a tema I mondi fantastici prova vista 472 volte
racconto: L’ultimo viaggio
di Federico lemma [non registrato] ()

Mi alzai di soprassalto. Non era la prima volta che succedeva, ma ogni volta era peggio. Ero stato dal medico ma non volevo raccontare a nessuno la mia storia, neppure a un dottore. Ma il peso del segreto era sempre più pesante. Ero l’unico a saperlo, l’unico, ma avevo paura, tanta paura, paura che non si addiceva a un professore di matematica che insegnava a non credere a certe storie ormai da trent’anni. Ma io stesso portavo in me quel ricordo che niente e nessuno avrebbe potuto levarmi di testa. Mia moglie si era ormai alzata, e con i reumatismi che la stavano vincendo era difficile che si sarebbe riaddormentata per stanotte. M’alzai e andai in cucina al piano di sotto. Mi feci un caffè. Stava bollendo e mia moglie intanto era scesa. Me lo versò in una tazzina e cominciò a girare piano il suo. Io avevo lo sguardo perso nei ricordi. Lei iniziò a sorseggiare il caffè, lo rimise sul tavolo ed emise un lungo respiro. “Ancora lo stesso sogno, vero?” annuii. “Che non vuoi raccontarmi. Ma lo dovrai fare prima o poi. Non puoi portarti il segreto nella tomba, ti conosco fin troppo bene e so che me lo dirai, prima o poi. E io so aspettare.” Finì il suo caffè e fece per alzarsi. Io la fermai con un braccio.”siediti.” si sedette. “si mi conosci fin troppo bene e sai che te lo dirò, ma né prima né poi. Ora. È un fardello troppo grande per un vecchio come ormai sono.” Lei sembrò spaventata. Le volsi uno sguardo dritto negli occhi, non l’avevo mai fatto in questo tipo di situazione. “Tu non conosci il mio amico, ma te ne ho già parlato.”

 “stai parlando di Piero. Si me ne hai parlato. Eravate amici, ma ora è morto.”

“no, non è morto. Anzi, credo che sia molto felice. Ora non interrompermi perché voglio togliermi il peso di questo fardello tutto in una volta.” Trassi un sospiro e cominciai a raccontare:

“ Eravamo alla fine del secondo anno al college e avevamo deciso di finire la nostra carriera scolastica lì, per aprire un negozio di stranezze che avremmo riportato dal viaggio che per un anno avevamo programmato e sognato. E non era un sogno da bambini, ma una cosa piuttosto seria. Poi arrivò una lettera d’ammissione al più famoso e riservato college inglese. Nessuno dei due aveva spedito una lettera, così decidemmo di informarci meglio. Il college era nuovissimo, costruito sui restii un vecchio castello scozzese abbandonato. Qui venivano ammessi solo particolari ragazzi, che all’uscita della scuola diventavano i perni della società. Sembrava che il preside e finanziatore della scuola aveva deciso di fondare una scuola in cui i ragazzi potevano studiare le materie che volevano senza restrizioni. I corsi erano organizzati anche per un solo ragazzo e con i migliori professori della terra. Cercammo i nostri nominativi e li trovammo subito, con il massimo dei voti. Pensammo che per una scuola così prestigiosa avremmo potuto anche rimandare di qualche anno i nostri viaggi. Così data la lieta notizia ai nostri genitori partimmo per la scozia. Qui scoprimmo subito che le informazioni che avevamo trovato sul conto della scuola erano del tutto sbagliate: la scuola era molto meglio. Scegliemmo vari corsi e passammo il primo e secondo anno fuori dal mondo. Nella scuola si poteva praticare ogni tipo d’attività, anche fuori dai corsi, e i professori erano i migliori che abbia mai visto, e qualsiasi cosa lì sembrava facile, inoltre erano molto aperti e più volte davano anche ragione agli studenti che li contraddicevano, riflettendo anche sugli interventi più banali. Il castello era enorme e con varie torri, in cui dormivano i ragazzi nella Torre nord, le donne nella torre sud, i professori nella torre Ovest. Sulla torre Est, la più alta, si tenevano vari corsi e il corso d’astronomia, che anche non seguendo guardavo di tanto in tanto intrufolandomi dentro ( i professori non si arrabbiavano) e guardando le stelle. Un’intera ala del castello era confinante con un bosco enorme e intricatissimo, diviso da una piccola parte in cui gli studenti ci si potevano avventurare da un muretto in mattoni. Il preside dormiva nella torrione centrale, che era adibito a casa per tutta la sua grandezza. Intorno ad esso c’era  un fossato riempito d’acqua e diviso in varie vasche dove c’erano i più svariati pesci. In tutto il resto del castello c’erano varie aule e laboratori, e nei sotterranei viveva il personale per le pulizie, comandato dal custode, che meglio di tutti conosceva i passaggi tra aula e aula. I passaggi segreti erano stati scavati dallo stesso preside per movimentare l’atmosfera. Il preside era un uomo di mezza età grassoccio e poco alto, con una barba che gli scendeva fino alla pancia. Era molto simpatico e conosceva quasi tutti i nomi degli studenti.

Lì conobbi una ragazza, ci fidanzammo e nell’estate del primo anno anche Piero si sistemò e si lasciò più volte con varie ragazze. Nell’estate del secondo anno non tornai a casa per via di alcune ricerche con cui stavo collaborando. Piero volle rimanere anche lui per farmi compagnia. Eravamo in pochi, invece dei soliti 600 studenti ne erano rimasti solo una trentina, cosicché potemmo dormire tutti sulla Torre nord. Era una sera d’estate come tante altre, e i professori ci avevano permesso di passare una serata con una festa, che si prolungò sino alla notte inoltrata senza quasi me ne accorgessi. Io salii in camera con la mia ragazza e quando lei se ne andò era quasi l’alba. Stava ancora scendendo le scale che la raggiunsi e le chiesi se voleva fare una passeggiata per il boschetto. Acconsentì e ci trovammo a parlare dei sogni suoi e miei, se ci saremmo mai rivisto dopo la scuola e di tante, troppe cose. Ci addentrammo senza accorgercene così dentro il bosco che ci ritrovammo al muretto in poco tempo. In quel punto la foresta era così fitta che si scorgeva solo il sentiero. Dopo un po’ ci raggiunse Piero. Quando arrivò io e lei stavamo guardando entrambi il muro, fantasticando su che cosa aveva spinto il preside a costruire quella recinzione, che                   -incredibilmente- in alcune parti era crollata . non feci in tempo a girarmi per salutare Piero che un lei si mise a urlare. Mi girai di scatto e la vidi trascinata da un ramo oltre il muro. Non ci pensai su due volte: saltai subito in un buco e partii all’inseguimento del ramo, senza la minima paura per aver visto un albero che camminava. Non so per quanto corsi, ma dopo quelle che sembrarono ore e ore l’albero si fermò e posò a terra l’ostaggio, con la delicatezza di un fiore. In quel momento si aprì una voragine dove lei era stata poggiata. Sprofondò, ma quando arrivai io subito si richiuse. Ed ora? Dopo un po’ arrivò Piero, tutto ansimante. Io ero così sconvolto da quello che avevo appena visto che mi sedetti senza pensare a nulla. Piero, invece, si mise a piangere.

Piero era un uomo forte e deciso e non l’avevo mai visto piangere, neppure nei momenti più tragici. Invece ora piangeva, per la prima volta. Si sedette anche lui ma in ginocchio, con la testa fra le mani. Stette così per un po’. Stemmo così per un po’ finché non mi rialzai e subito cominciai a correre per cercare aiuto. Piero allora si alzò e mi fermò. “dove vai?” in quel momento la domanda mi suonò così stupida che mi tolsi dalla sua presa e mi rimisi a correre. Lui mi fermò ancora un’altra volta, ma questa volta con più forza. “lasciami, devo andare a chiedere aiuto”

“no, lei è morta.”. “no, non è morta, potrebbe stare ancora laggiù, LASCIAMI!” ma lui sembrava non avere intenzione di lasciarmi andare.

“ascoltami, è morta, lo so. Credimi.”

“NO, non è morta, lasciami andare!”

“ascoltami, è morta e né tu né io possiamo far niente, se non mi segui.”. mi strattonò così forte che caddi a terra, e in quel momento sentii un forte dolore alla testa, penetrante...

Mi svegliai su un letto morbido e soffice. Aprii gli occhi a malapena. Piero, addormentato, stava su una sedia accanto alla mia. Mi alzai e allora notai che Piero era vestito con una strana corazza, al cui centro c’era un emblema rappresentante uno stemma strano, un uomo che tagliava a due un albero con una spada. A fianco dell’armatura c’era uno scudo e una spada. Lo scudo era ammaccato e macchiato di verde al centro, dove era raffigurato un sole i cui raggi ognuno appiccava il fuoco ad una diversa pianta alla fine del raggio. Sull’elsa della spada c’era un serpente che stritolava un albero. Era tutto così strano. Svegliai Piero con uno schiaffo senza tanti complimenti. “oh, finalmente ti sei alzato!”

“dove siamo? E dimmi la verità!”

Piero sospirò per un po’. Aveva un atteggiamento serio, che non si addiceva all’amico che conoscevo. “la verità, la verità, fa male a volte, sai? A volte è meglio conoscere il falso per non provare il dolore ancora più grande. La verità è che io non mi chiamo Piero, non sono tuo coetaneo e soprattutto non sono chi conosci. Mi chiamo Answert James Taren, cavaliere moderno e di ritorno dal combattere l’ennesima battaglia.”

“non capisco. Sono nel passato?”

“No, sei a 300 metri da dove ti ho raccolto. Puoi vedere oltre la finestra, puoi vedere il tuo college. Mi indicò una piccola finestrella oltre una tendina. Sbirciai dentro e vidi che eravamo in cima ad un albero. Sterminate altre case uguali a queste si scorgevano al di sopra dei rami e molto più lontano si scorgeva il Torrione del castello. “chi sei tu. E il vero Piero dov’è?”

“come ti ho già detto mi chiamo Answert James Taren e Piero è i nome con cui mi chiamano aldilà.”

“aldilà di che cosa?”

“della foresta. Noi chiamiamo tutto ciò che c’è oltre la foresta aldilà”

Mi sedetti sul letto. Con le mani tra i capelli. Chi erano quelli?”

“noi li chiamiamo Sgarzunc o Peradioc nella loro lingua. Non se come li potreste chiamare voi all’aldilà, comunque ti consiglio di non chiamarli mai Periadoc. Molti ti ucciderebbero solo per averlo detto. Comunque sono degli alberi che hanno trovato la via dell’intelligenza, ma avendo imparato dagli uomini hanno preso anche i difetti degli uomini, moltiplicandoli per la loro saggezza ma distruggendola la tempo stesso. Capisci?”

“ si, più o meno. Continua.”

“ bene. Quando anticamente due principi scoprirono per caso uno dei Sgarzunc cercarono di farseli amici. I Sgarzunc al loro tempo saggi rifiutarono l’offerta e esiliando dalla foresta gli uomini. Ma lo Sgarzunc che doveva portar via i due gli uccise senza pietà, spedendo le teste dei due principi in un sacco con un paggio che lasciò vivo ma mutilato a tutte e due i piedi. Il paggio raccontò tutto arrivato al castello ma nessuno gli credette. Così il paggio fu mandato nella foresta accerchiata da uomini uscendone molto ferito e con dietro dei Sgarzunc. Allora il re che era intanto era salito al trono ordinò che si distruggessero tutti gli alberi della foresta appiccandone il fuoco. Si dice che la fiamma durò due mesi a distruggere la foresta, continuamente ravvivata dalle catapulte infuocate. Allora gli Sgarzunc rimasti impararono a vivere sottoterra e divennero più bassi ma anche più crudeli. Il re ordinò poi di far piantare semi di alberi del suo castello nella foresta, che era un punto cruciale del suo regno, vi fece costruire un castelletto e addestrò un ordine cavalleresco segreto a difendere la foresta. Noi. Poi il regno cadde e anche il re si rifugiò qui, con tutti gli abitanti rimasti. Egli fece piantare degli innesti negli alberi e fece nascondere il castelletto con delle erbacce. Così vivemmo tranquilli fino a quando il castelletto non fu riscoperto dal tuo preside. Gli scavi per mettere alla luce il castelletto e la sua ristrutturazione hanno rotto un trattato che avevamo stipulato con gli Sgarzunc, in cui si sanciva che potevamo vivere insieme in questa bella foresta, a patto che noi non stessimo sottoterra e che loro venissero sugli alberi.

Però ora gli Sgarzunc credono che noi vogliamo impossessarci del loro territorio e per questo stiamo ampliando il castelletto. Hanno rotto il trattato e da più di dieci anni cercano di attaccare il castelletto. Ieri sono riusciti a passare sotto le nostre trappole e hanno preso… Ci hanno mandato un pezzo. “Alla fine rimasi a bocca aperta, molto perplesso e stupidamente incominciai a ridere. È uno scherzo vero?”

“No.”

“e allora perché ti hanno mandato in Italia in un paese lontanissimo da qui?”

“per proteggerti.”

“proteggermi? E da che cosa?”

“ dagli Sgarzunc”

“ e perché gli Sgarzunc dovrebbero volere me?”

“perché sei il re. Tuo padre era il nostro re, e ora è arrivato il momento di riportarti qui. Hai una missione da compiere.”

“Quale missione dovrai mai compiere?”

“tu devi trovare Zira.” 

“cosa dovrei trovare?”

“ non cosa, chi. Vedi, il nostro re fu esiliato perché aveva rinchiuso Zira in un posto il cui nome non fu pronunciamo da molto tempo. Tu devi trovare Zira.”

“ma cos’è Zira? E perché dovrei trovarlo?”

“Zira è una macchina che i nostri antenati avevano costruito per distruggere gli Sgarzunc se ci avrebbero attaccato.

Un tuo antenato invece non volle usarlo e così nascose Zira, per paura della potenza che solo lui aveva visto sprigionarsi. Allora venne esiliato ma disse che solo il figlio avrebbe potuto ritrovare Zira.

“e io dovrei.. trovarla.”

“si, ora dormi, domani incominceremo la ricerca”

“Ok.”

Dormii inquieto. Piero mi svegliò in fretta e furia:”alzati, alzati! Dobbiamo scappare!”

Mi alzai in fretta e mentre Piero mi faceva correre verso degli alberi mi girai e vidi tantissimi Sgarzunc avanzare distruggendo tutto verso di noi. Piero mi fece montare a cavallo e molto velocemente partimmo per non so dove. Passammo di fronte a molti alberi. Arrivati ad un punto attraversammo un arco. In quel momento ricordai la favola che mio padre mi raccontava da piccolo, di un tesoro in una foresta. La favola raccontava di cavalieri che cercavano il tesoro e di un uomo che trovava il tesoro, oltre l’arco, a destra sino alla roccia, un balzo e a sinistra, fra le liane e nel centro della piazza di pietre l’undicesima a destra. Ma certo pensai! Mio padre mi ha indicato la strada!

“Piero! So dove andare! So dove si trova Zira!”

indicai la strada del racconto a Piero finché non ci trovammo in una piazza circondata da pietre. Smontai e andai verso l’undicesima a destra della prima che avevo visto. Appena la toccai s’illuminò e quel che vidi non è descrivibile. Il cielo si rannuvolò la terra tremò e dalla terra emersero 5 lampi enormi, che si alzarono e marciarono contro gli Sgarzunc. Svenni per il dolore che mi aveva percosso quando avevo percosso la pietra. Credevo che stetti per morire. Una cosa mi venne in mente in quel momento, come se qualcuno me l’avesse suggerito anzi ordinato di fare: scrissi su una pietra “Piero re” e svenni.

Mi svegliai vicino al muretto dove tutto era cominciato. Il preside mi spiegò che m’avevano cercato per quattro giorni di fila. Il corpo di lei era stato trovato senza vita in un passaggio segreto, morta per asfissia. Si ipotizzò un tragico incidente. Dopo essere uscito d’ospedale m’interrogarono per tre giorni di fila, chiedendomi una marea di cose. Allora dissi che Daniela voleva esplorare la scuola per riuscire a venire da me la notte e che fosse lì tragicamente morta; e che invece Piero mi avesse cercato di uccidere per gelosia ma che fosse stato a sua volta ucciso dalla fame nel tentativo di trovare l’uscita della foresta. Io stesso avevo cercato l’uscita per tre giorni ed ero svenuto vicino al muro. Dopo quella avventura studiai solo matematica, mi diplomai e cominciai a viaggiare come volevamo fare insieme io e Piero. In uno dei miei viaggi ti conobbi, e il resto lo sai già.”

Mia moglie era rimasta a sentire esattamente come avevo voluto che facesse.

“non mi credi, vero?”

“si, ti credo. Vedi, io lo sapevo già. Quante volte l’hai raccontata nel sonno questa storia, ed io credevo fosse solo un incubo! Beh, mi sbagliavo. E poi sapevo che portavi quel fardello da troppo tempo, e che me l’avresti detto prima o poi.”

“mi conosci troppo bene. Sai perché te l’ho detto solo ora?”

“per paura di quei cosi, no?”

“no, per paura di avere nostalgia. Ed infatti ora voglio tornarci. Insieme.” Mia moglie assunse un aria severa.

“sai, alcune cose sono difficili da ricordare, e credo che l’unica cosa che li possa far ricordare dopo tanti anni è la nostalgia. Tu vuoi e devi andarci. Senza di me.”

“ma io voglio che tu venga”

“no, devi andare solo. Devi ritornare dal tuo popolo.”

“io….”

“no, domani partirai. Io rimarrò qui, e sarò felice di raccontare io la favola al posto tuo. Tua figlia è sposata, ormai, e non ha più bisogno né di te né di me.” Sospirò di nuovo: “è ora di tornare dal tuo popolo,  mio re.”



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