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soggetto puntoDOC: La signora Carla e la borsa
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Data puntoDOC: 06-09-2009 19:50:48


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[rubrica: racconto] articolo letto 534 volte

La signora Carla e la borsa
di alberto g. (non registrato)

La banca della signora Carla era molto diversa dai tempi in cui ci andava col marito.

All’epoca era uno scarno ambiente con i sportelli tutti in fila e l'omino dietro il pesante vetro che ti diceva quante lire avevi sul conto e quante potevi ritirarne, ora invece sembrava uno di quei salotti televisivi che una volta ci andò anche la Maria, la moglie del fabbro, che sembrava proprio una signora importante e per bene... e invece vabbè, bocca mia stai zitta che tanto nostrosignore vede tutto.

La signora Carla, simpatica e docile donna ormai sulla settantina, entrò preceduta dall'immancabile sorriso di serena rassegnazione che non negava mai a nessuno. Tutti nel quartiere la conoscevano: un volto amichevole, una vita morigerata e la sana e innocente intelligenza di una persona che nella vita non aveva avuto l'opportunità di studiare, contrariamente al suo povero marito. Vedova da un paio d'anni d'uno stimatissimo professore liceale, la signora Carla, che altro nella sua vita non aveva fatto se non le domestiche faccende e tirar su un bravo figliolo (divenuto anche lui professore come il padrebuonanima) viveva ora della un po' misera pensione del marito, tirando avanti finchèdiovuolepoichissà.

Tutto insomma iniziò in banca dove la signora Carla aspettava pazientemente (lei aveva il numero 43 e stavano ancora al 16 ma pazienza che tanto di meglio da fare non aveva) il suo turno per pagare quel furto legalizzato che andava sotto il nome di ICI.

Lì, seduta comodamente su un divanetto davanti ad un megatelevisore, che chissà quanto è costato sembra quello del mio Luigi, la signora Carla seguiva distrattamente un programma con una bella conduttrice bionda che le ricordava proprio sua nipote Michela. Ma così uguale che aveva già deciso che una volta tornata a casa l'avrebbe chiamata per dirglielo. La Michela in tv parlava di borse e aveva una voce più bella della Michela nipote. La Michela in tv era informatissima di moda e dialogava animatamente con due ospiti, uno sembrava proprio uno di quegli uomosessuali che se ne parla tanto oggi. E parlavano di borse.

La conduttrice le conosceva tutte: di pelle, di stoffa, piccole, grandi, medie, con le taschine, con le tascone, con la firmina, con la firmona, con il manico così o colà, e non solo! Parlavano anche della “funzione” della borsa che lei era tanti anni che aveva la borsa e mica ci aveva mai pensato. “Perché le donne portano la borsa e gli uomini no?” domandò ad un certo punto la Michela televisiva alla zia in banca. Zia Carla pensò che infondo non era una domanda intelligente, perchè si potrebbe dire la stessa cosa dei figli: perchè li portano in grembo solo le madri?

Poi d'un tratto il signore con le ciglia fatte e la voce sottile che chiacchierava con la Michela insinuò che le donne d'una certa età non facevano più caso a come andavano in giro nè, ohmiodio, a scegliere una borsa adatta per l'occasione.

“Ma cosa ci portate in quei borsoni da viaggio che vi vedo caricare sulle spalle?” provocò il ragazzotto con lo smalto alle unghie. La signora Carla stava lì lì per rispondere quando quello incalzò “Ma guardatevi signore! Voi vi svalutate! Non vi curate! Quando è stata l'ultima volta che vi siete comprate una bella borsa?!” e qui la signora Carla non sapeva proprio cosa rispondere perchè lei erano tanti anni ormai che andava al mercatino del lunedì solo per comprare qualche mutandone ogni tanto e un pò di frutta da Gianni che la trattava sempre bene. Fortuna che intervenne la Michela della tv a far notare al ragazzotto che le signore magari avevano altro a cui pensare, che le cose importanti erano altre, ma quello mica demordeva. “Ma cosa altro? Vogliamo parlare di una femminilità dopo la cinquantina? Perchè buttarsi giù? Perchè negarsi il piacere di un acquisto frivolo, perchè rinunciare alla vostra fem-mi-ni-li-tà!?” completamente rapita dalle ragioni del ragazzo tanto simpatico e tanto curato, la signora Carla faceva sì-sì con la testa e non si accorse che il numero 43 lampeggiò ben cinque secondi sullo schermino luminoso accanto alla tv, prima di diventare un 44 senza ricordo alcuno.

“Di che tipo è la vostra borsa? Originale? Conformista? Utile? Vezzosa?” domandò la Michela, ormai dalla parte del ragazzo tanto carino. La signora Carla guardò il suo borsone da mercatino, una specie di valigione moscio color merda e si vergognò.

“E cosa ci tenete dentro? Oltre al cellulare, all'immancabile fondotinta, al profumo, ai...” e ridacchiò con il ragazzo esperto di borse. La signora carla non aveva il cellulare, non portava trucchi con sé, il profumo lo metteva prima di uscir di case ed era in menopausa da così tanto tempo che comprò per sbaglio un giorno un pacco di assorbenti interni scambiandoli per cotton-fioc e, accortasi dell'errore, non entrò più nel negozietto della Pina per la vergogna.

Ma la Michela le domandava cosa avesse dentro la borsa e sembrava proprio attendere una risposta, così la signora Carla tuffò subito l'argentata chioma nel borsone per vedere cosa portasse e cosa invece doveva portare per riacquistare la sua femminilità.

Nell'ordine trovò: il portafoglio di pelle scura che il suo Giorgio, buonanima, le aveva regalato per i loro trent'anni di matrimonio, quasi vent'anni fa ormai; il portamonete che il suo Giorgio, buonanima, le aveva comperato la settimana dopo il portafoglio quando si resero conto che aveva la taschetta degli spiccioli così piccola che le monete che c'entravano non bastavano neanche per l'elemosina la domenica a messa, tanto che dovette lasciare cinquemila lire nel cestino e si pentì e scusasignoreiddio se pecco, ma non è che noi ci abbiamo i milioni; poi trovò l'agendina che le aveva regalato sempre il suo Giorgio, buonanima, in cui teneva i numeri di tutti quelli che conosceva, tranne quello del figlio della Luisa che era un politico (non democristiano, ma sempre politico e fa comodo tenerselo buono) e non voleva che il suo numero andasse in giro con la borsa della Carla che se poi la perde e la trova un terrorista devo cambiare un'altra volta il numero di telefono cazzarola; poi trovò due palline da pinghepong che doveva ridare a quello scemo del piano di sopra, bravissima persona percarità, ma le riempiva il giardino di queste palline leggere che se le trova Francesco, il figlio piccolo di Luigi e se le ingoia allora dove corriamo noi?

Ma mentre la signora Carla continuava con l'inventario, tirando fuori ora una foto sbiadita della povera Linda, sua sorella morta giovane di influenza quarant'anni fa, ora il rosario che aveva comprato quando, col gruppo della chiesa, erano andate quattro anni fa al santuario di padrepio, e, infine, la custodia con gli occhiali che usava per leggere che suo figlio le rimproverava sempre che strizzare gli occhi non ti fa bene mammà che poi si stancano; il ragazzo in tv, evidentemente spazientito dal patetico spettacolo della signora Carla che smucinava in quell'orrendo borsone marron sporco, la incitò guardandola negli occhi: “Ma cosa aspetta a comprarsi una borsa nuova? Cosa aspetta a tirare fuori la ragazza che è in lei? Ma co-sa a-spet-ta? Ricominci a curarsi a curare la sua immagine a ri-cre-a-re la sua immagine! Faccia un ‘apgreid' o è ‘gheimover'!”.

E lì la signora Carla si perplesse. Perchè quel ragazzo tanto fine non era contento di essere gheimover? E dire che lei i gheimover li ha sempre accettati come tutte le persone, anzi, aveva anche un vicino gheimover, ma sì, quello che veniva da milano, che ci ha la stessa parlata gnegne di quelli gheimover che non l'ho mai visto con una ragazza e dire che la Marisella del tabacchi sotto casa si fa certi sospironi a vederlo... ma dopo la perplessità, la paura! La signora Carla necessitava immediatamente di un apgreid, qualsiasi cosa fosse: lei rivoleva la sua femminilità!

Certo che... si guardò un attimo riflessa nel vetro di una bacheca di avvisi e le prese un fulmineo sconforto: ma io ci ho quasi settant'anni, che mi metto in testa? Provò a guardare in alto, verso il megatelevisore, ma la Michela e tutto il salottino se n'erano andati e ora c'era il tg...

Il tg?? Ma che ore sono?? E il mio turno??

Carla guardò i numerini luminosi che lampeggiavano un lontanissimo 86 e ormai era troppo tardi per dire “scusi, non ho visto che toccava a me” e poi i cassieri erano tutti nuovi e giovani, figurati se danno una mano ad una vecchia senza apgreid. Ci avessi cinquant'anni di meno fareste tutti a gara anche solo per starmi accanto la domenica in chiesa!! Pensò.

Ma poi si morse la lingua a tal pensiero che una volta disse una frase simile in presenza del marito buonanima e si beccò un'occhiataccia severa perché il buon Giorgio, riposimpace, era di origini siciliane e gelosissimo. E vorrei ben vedere, pensò, mi prese a diciassette anni che ero un fiore e tutti mi volevano spos... E si rimorse la lingua.


Carla corse a casa a riflettere sull'accaduto. Per la prima volta in due anni pensò ad un vantaggio dell'esser vedove: tuo marito non ti sgrida se torni a casa tardi. Ed era tardissimo, forse non aveva mai pranzato così tardi, ma Carla non aveva affatto fame.

In testa le frullavano ancora idee riguardo il suo aspetto e la sua borsa. La sua comoda e devota borsa era in realtà la sua peggior nemica, era colei che le negava di essere donna. Arrivò persino ad odiarla e in un gesto di incommensurabile rabbia la bistrattò con la ferocia di una settantenne tentando di strapparla. Ma quella fu più coriacea e dimostrò a chi delle due il tempo aveva fatto più danni. Così Carla, ansimante per lo sforzo, si limitò a spingerla via dal tavolo, facendola cadere a terra in un PLOFF vendicativo.

Ma non era l'unica borsa che aveva. Carla ricordava benissimo di averne altre... o almeno una, nascosta da qualche parte nell'armadio. E decise così di rovistare nell'immenso armadio di legno pesante che aveva in camera da letto: dodici ante di autentico legno di abete chiaro, una specie di sgabbuzzino inesauribile in cui Carla stipava tutto ciò di cui non aveva immediato bisogno, dal suo corredo alle scarpette di suo figlio Luigi quando aveva due anni, dalle carte del suo Giorgio buonanima a quell'orrenda statuetta che zia Giuseppa le regalò per il matrimonio.

Ed erano ormai cinquant'anni che Carla stipava, e l'armadio non sembrava mai esser sazio.

Ma alla fine, nascoste dietro le coperte ricamate a mano della bisnonna Penelope, le trovò.

Un'intero scatolone di borse. Dodici antichissimi esemplari dell'oggetto principe della vanità femmile. Dodici reperti archeologici del tempo in cui non esistevano parole come “imitazione” o “made in china”. Dodici fedeli compagne di quella fem-mi-ni-li-tà che sembrava proprio con loro nascosta.

Carla fu così contenta di averle trovate che le portò subito in salotto per valutare il loro stato. Le mise in riga sul tavolo e iniziò a giudicarle. La prima la scartò subito. Era una specie di pezza verde con una corda a mò di bretellina, non era neanche sicura fosse una borsa, sembra più il laccio in cui tenevo Luigino appena nato... La seconda non ebbe sorte migliore: un cilindro coccodrillifero sicuramente molto retrò, ma aveva la cinghietta per chiuderla rotta... e vallo a trovare un coccodrillo viola di questi tempi, e poi aveva un buco. La terza la riconobbe subito: gliela aveva regalata la zia Lucia per i suoi sedici anni, ma era decisamente scolorita e da quel bel rosa di “anta” anni fa era ora d'un pallore che al massimo s'intonava alla sbiadita pelle di una signora nonna da un pezzo. E la quarta era troppo da “contadinotta” e la quinta manco la mia bisnonna, e la sesta magari sì, ma pure no, e la settima ha qualcosa che non va, forse le manca un pezzo, e l'ottava manco a pensarla è un regalo del mio Giorgio buonanima e così via le scartò tutte quante, anche quella presa in prestito dalla cugina Ida e mai restituita per via di una tremenda litigata che ancora le vedeva divise.

Forse una. Una andava bene, per ora. Era un modello vittoriano in similpelle. Un trionfo di perline e pietruzze blu con tanto di merletto bianco tutto intorno. Bottoni in ottone massiccio antirapina, fondo rinforzato antiproiettile e una gigantesca spilla di brillante, mostruosa, che le dava un aspetto da vera regina delle borse. Per un totale di otto chili di tara.

Ma per la signora Carla andava benissimo, tanto le serviva solo per poche ore: era pronta ad uscire per andare a comprarsi la sua prima, vera, originale e apgreid borsa. Quindi riempì la regina di poche cose (compresa però la foto della povera Linda, l'abbiaingloria) e uscì di casa. Sapeva dove andare.


Era la seconda volta che entrava in quel negozio. La prima volta erano i giorni di natale di sei o sette o otto o boh anni fa. La figlia della comare Adele faceva la festa di laurea e Carla, invitata col marito Giorgiobuonanima per chissà quale motivo alla festa, chiese a sua nipote Michela (quella vera) cosa le potesse regalare per quell'occasione. Michela la portò in quel negozio, dicendole che ci lavorava sua cugina Ada, che non era proprio una “cugina”, ma la figlia di Mario, colui che aveva battezzato Piero (povero Piero, così giovane e così imbecille, come diceva zia Assunta) il figlio del cugino di secondo grado di Michela.

Il problema era: Ada lavorava ancora lì o no? La signora Carla, si sarà capito, poteva far affidamento su una memoria eccezionale in fatto di nomi e parentele, ma non in fatto di facce. Si ricordava di Ada come una ragazzotta gentile ma un po' bruttarella, con un naso a patata e il labbro leporino, praticamente la fotocopia di sua madre Federica, la moglie di Mario quello che aveva battezzato Piero (quell'imbecille) e via discorrendo.

Fatto sta che in quel negozio le commesse erano tutte belle figliole solo un pò troppo truccate. E di Ada, quindi, nessuna traccia. Carla seguiva scrupolosamente i consigli di suo maritobuonanima e lui soleva dir sempre “non ti far fregare dal primo venditore, vai sempre dove c'è un parente, anche lontano, che tra parenti ci si frega ugualmente, ma di meno”. Insomma Carla stava per uscire mogia mogia quando si sentì chiamare alle spalle da una fresca voce di ragazza “Zia Carla, zia Carla!”.

Santa Provvidenza che aiuti i devoti, pensò zia Carla quando si voltò e riconobbe in una commessa sua nipote Francesca (che ora non so dire se fosse la Francesca figlia di Roberta o sorella di Piero). Dopo i sbaciucchi obbligati e il “fatti guardare, ma come sei bella”, Francesca chiese alla zia Carla cosa ci facesse qui e se poteva darle una mano a scegliere.

Quando la signora Carla rivelò alla nipote del suo desiderio di ricostruirsi una femminilità la faccia di Francesca si illuminò: “va bene zia, ce la faremo!” le promise battendo il pugno sul bancone.

In un attimo la povera Carla fu attorniata da uno sciame di commesse ronzanti che parlavano ora dello “stail” ora del “rimeich” e ora di un pò più italiano “macello” riferendosi allo stato della pelle della Carla. Una commessa svenne per l'orrore quando la signora Carla si tirò su il gonnone grigio e fece vedere il suo collant beige quasi ocra con tanto di pelucchi che facevano capolino all'altezza dei polpacci. Francesca quasi si pentì della promessa fatta e si grattò la testa facendo attenzione alle extencion.

Ma non esiste sfida troppo difficile per un manipolo di commesse esagitate ed espertissime. Tempo tre ore e la signora Carla Palobello in Silvano non esisteva più. Al suo posto, spaesata e con gli occhi sgranati dallo sconcerto, c'era una Carla tirata a lucido a cui avevano tolto almeno venti-venticinque anni e diversi mesi. Certo, non poteva sorridere per via delle pinzette tirapelle che aveva dietro le orecchie, non poteva chinarsi più di tanto a causa della ultrapancera reggiciccia che le faceva un vitino come non aveva avuto neanche a vent'anni, non poteva fare più di tre passi di fila per colpa delle scarpe col tacco così alto che, gesù, saranno almeno quarant'anni che non osavo andare oltre i tre centimetri.

Ma ce l'aveva di nuovo. Sì, se lo sentiva: era di nuovo una donna. E che donna! Una donna con una borsa vera.

L'aveva scelta lei in persona. Non aveva accettato troppi consigli. Poco importa se, come diceva una smorfiosetta con le gambe corte, non si abbinava bene al colore dei capelli, e “non me ne frega un'accidente” rispose acida donna Carla quando un'altra bamboccetta con le unghie mangiucchiate le fece notare che non stava bene sul vestito che avevano scelto.

L'aveva scelta lei, l'aveva vista e se ne era innamorata mentre passeggiavano nel settore borse&co. Era bellissima, isolata da tutte le altre, altera e nobile nella sua maestosità, nonostante il nomignolo che quelle invidiose delle commesse le avevano affibiato: la “pelosona” era sua.

La pelosona era una borsa radical chic lievemente trash ma molto visage-du-fin. Creata da un certo Lucièn Martìn le Croix (di cui portava le iniziali ricamate in oro sulla tracolla), la pelosona era la borsa più prestigiosa e più intoccabile dell'intero “Bon bon Susie”, il negozio in cui donna Carla aveva riacquistato la sua femminilità. Il suo prezzo faceva impallidire le varie LuisVuitton e GiorgioArmani e Dolce&Banana che al suo confronto apparivano squallidi oggetti in serie per donne omologate e conformiste. La pelosona invece no. Di pelosona ce n'era una sola. Ed era sua. Di Carla. Della new Carla.


A quattro ore dall'entrata della timida ed intimorita signora di mezza-trequarti età nel negozio “Bon bon Susie”, ne usciva una Carla completamente diversa, nel look e nel comportamento. La sua rinnovata femminilità le era costata cara: praticamente metà dei suoi risparmi in banca, ma si sentiva già pienamente ripagata dopo due passi in strada, quando un distinto signore con bastone e cane al guinsaglio la squadrò da cima e fondo con un'occhiata vorace che lasciava poco al fraintendimento.

Per tutta risposta la nuova Carla si passò la lingua sul labbro superiore (tanto il rossetto era l'antitraccia maibelinniuiork) e si aggiustò gli occhiali Fendi sfiorandosi poi il labbro inferiore con le dita.

Il vecchietto alla visione ebbe un triplo infarto, gli cadde la dentiera e il cane ci pisciò sopra. Carla gioì nell'anima e quando il pensiero “se mi vedesse Giorgio” fece capolino nella sua testa lo scacciò via con un “ma vaffanculo” e picchettò la strada con i suoi tacchi diretta verso la fermata dell'autobus.

Qui un altro incontro inaspettato: Adelaide e la sua nipotina Alessia, di anni 7. “Ciao cara” esordì carla sfoggiando la scollatura audace di una magliettina rossofuoco sotto un cappottino pelliccioso in Visonevisione.

Adelaide, coetanea di Carla nonchè sua compagna di banco alle elementari, non la riconobbe subito, e dopo un iniziale collasso riuscì a bisbigliare “Ca-ca-ca-carla?”.

Era il suono della vittoria. Carla ghignò di piacere allo stupore della sua amica. Adelaide era una nonna, sciatta, con i capelli bianchi e la pelle cadente, un vestito a tinta unita sotto un cappottone marroncinomercatino e, soprattutto, con una borsa monocolore similsicuramentemarocchina.

“Come ti va tesoro?” infierì donna Carla mentre si ravviva i capelli Biondopagliericcio della linea di coloranti Testatanera “ti vedo un pò... trascurata...” disse squadrandola da cima a piedi.

Adelaide, dopo un iniziale contrappunto, si sciolse in un dolcissimo sorriso timido e rassegnato, tirando anche leggermente su le spalle “eh, cosa vuoi farci, amica mia, il tempo passa e corre veloce” rispose guardando la piccola Alessia che fissava ad occhi sgranati la nuova Carla “non ce la faccio a stargli dietro”.

“Ti capisco” concesse Carla annuendo “ma non puoi lasciarti andare!” disse con più grinta.

“Oh, bè, sai...” tentennò Adelaide senza perdere il suo sorriso “Ma tu invece, ti trovo benissimo, sei splendida, non ti avrei mai riconosciuta”.

Carla non sapeva perchè, ma quei complimenti, sinceri, senza alcuna invidia, amorevoli e da una bocca sorridente, proprio non riuscivano a risultargli graditi. Anzi.

“Bè, ecco... io... ho ritrovato... la mia... femmininintà” disse deglutendo e stringendo la pelosona e fissando Adelaide nei suoi sconfinati occhi dolci.

“Nonna, come ha detto che si chiama la borsa?” domandò Alessia senza distogliere lo sguardo perplesso dalla strana signora che parla con nonna.

Adelaide passò una mano lentamente sulla testa della piccola e sorridendo “ti capisco, sai, per me è, bè, quasi lo stesso... sai, dopo la morte di Aldo, pensavo davvero...”

“Sì” la interruppe Carla “anche io... cioè... ohsignore, di Giorgio, del mio Giorgio...”

“però vedi” continuò Adelaide senza interrompersi “anche io seppure in ritardo, ho ritrovato una parte, ecco, un parte di me” e un distinto signore con un cappello si accostò ad Adelaide e fissò Carla negli occhi “ecco, lui... è Ferdinando...”, disse Adelaide guardando il distinto signore che guardava confuso alternativamente prima la sua Adelaide e poi quella strana signora con cui parlava.

“sai, ci siamo conosciuti al centro anziani e... ci teniamo compagnia, sai, tra... vecchietti...” e sorrisero entrambi, Alessia compresa. “all'inizio, devo dirtelo... mi... insomma, erano tanti anni che Aldo non c'era più... i miei figli, ohmmaria, erano grandi... lei era appena nata” disse aggiustando i capelli lunghi di Alessia. Carla annuiva impercettibilmene fissando gli occhi profondi di Adelaide.

L'autobus tolse Adelaide dall'imbarazzo di dover spiegare una cosa ovvia come la paura di rimaner soli. Si salutarono velocemente e poi i due nonni con la bimba salirono sul 905 diretti verso casa.

Carla rimase lì. Col suo bel vestito, con la sua bella borsa, con il suo bel trucco, con i suoi occhiali. Aspettava un altro numero, e lo aspettava con impazienza. Non cercava più lo sguardo delle altre persone, anzi, distoglieva il proprio non appena incrociava gli occhi di qualcuno.

Si premette contro la vetrina del negozio dietro la fermata e pregò tanto che il suo numero arrivasse il prima possibile, tenendo la pelosona stretta sotto l'ascella e aggrappandosi ad essa con l'altra mano.

Una ragazza la fissava. Si avvicinò. “Salve, scusi ma quella...” disse indicando la pelosona.


Luana, diciotto anni, un giorno si renderà conto di essere una ragazza frivola e sciocca, chiuderà occhialoni e borsettine in un cassetto e inizierà a domandarsi il confine tra individualità e integrazione, tra emarginazione ed omologazione. Ci farà sopra la tesi di laurea, pensaunpo'. Nessuno di quelli che ora considera amici sarà presente quel giorno.


Carla, quasi-settant'anni, persona dolcissima e timidissima, vedova devota e persona integerrima. Mamma d'altri tempi, nonna premurosa con i suoi due nipotini. Unico neo, una giornata bizzarra di cui riderà a iosa nei giorni a seguire, quando rivestirà i panni della signora Carla e chiuderà Visonevisione, pelosona e scollature nell'armadio. Riderà un pò meno quando si renderà conto di quanto le è costato l'apgreid, ma poi magari, chissà potrebbe fare come Adelaide e invece di starsene a casa a chiamare i parenti, potrebbe andare anche lei al centro anziani e magari potrebbe conoscere Ezio... anche se in realtà già lo conosce Ezio. Sì, Ezio non è altro che il cognato del fratello di Giacomo... ma sì, Giacomo, quello che ha cresimato proprio quello scemo di Piero... povero Piero, come diceva sempre zia Assunta, così giovane e così imbecille...




Fine.

Forse.



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