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soggetto puntoDOC: Minù
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Data puntoDOC: 24-01-2007 23:00:10
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Minù
di ava74

C’era una volta in una terra lontana un paese bellissimo di nome Guastagrande. Il Paese si estendeva su una collina prosperosa e opulenta fino a digradare verso il mare. Il signorotto Don Diego viveva in un palazzo in cima alla collina dal quale osservava la fitta boscaglia che lasciava il posto alle lunghe distese dorate di grano, alle verdi e intricate vigne, agli ubertosi alberi dai fiori bianchi e rosa e più in lontananza una pineta che divideva il piccolo villaggio sul mare dal centro di Guastagrande. Nella piazza lastricata di pietra ogni pomeriggio si svolgeva un festoso e colorato mercato dove i pescatori, i contadini e gli allevatori si scambiavano le mercanzie. Guastagrande era un Paese a economia autarchica e ognuno aveva un compito ben preciso. Giacomo era il panettiere e la sua bottega dalla grande insegna rossa si ergeva a capo piazza; al suo fianco vi era Serena, specializzata nella concia della lana; Gualtiero si occupava della mescita del vino nella sua locanda “Dal pescatore” mentre la moglie Fiammina preparava deliziosi manicaretti per gli avventori. Gli altri abitanti invece coltivavano grano, vite, frutta, verdura, allevavano bestiame e cacciavano animali selvatici. Oltre la pineta c’era il piccolo borgo dei pescatori. Erano quattro famiglie: Adolfo e la moglie Marta, giovani sposi; Eligio, la moglie Giselda e i due figli Marco e Stefano; Sebastiano, rimasto vedovo, era il più anziano del gruppo e infine Anselmo, Crisagonda e la piccola Minù. Anselmo era un omaccione dalla folta barba rossa e lunghi capelli che ricadevano sulle spalle anch’essi rossi. La moglie era una donna esile e sottile dai lucenti capelli castani e dai grandi occhi nocciola da cerbiatto impaurito. Minù era una dolce bimba dai riccioli ramati e il nasino a patatina cosparso di deliziose efelidi. Anselmo aveva costruito personalmente la casa nella quale vivevano: c’era un portone verde al lato del quale erano posti due vasi di terracotta con fiori variopinti. Alle piccole finestre erano appese delle tendine ricamate a mano da Crisagonda. Anselmo aveva provveduto anche all’arredamento, semplice ed essenziale: una grande credenza, un tavolo con le sedie in legno grezzo e una stufa erano i mobili della cucina; un letto matrimoniale con la testata in ferro battuto, una cassapanca intarsiata, il lettino di Minù e un comò costituivano la camera da letto. La vita di Minù scorreva serena: al mattino presto il babbo partiva con la barca in mare aperto per pescare; la mamma si alzava più tardi, le preparava la colazione, la vestiva, le annodava due nastri intorno alle codine, la prendeva per mano e la portava a fare lunghe passeggiate sulla riva del mare o nella pineta dietro casa. A ora di pranzo la mamma cucinava buoni manicaretti, apparecchiava con cura la tavola e aspettava ansiosa il ritorno del babbo. Se la pesca era andata bene, Anselmo era di buon umore e lo dimostrava baciando e abbracciando Crisagonda e Minù; se la pesca era andata male, si rabbuiava e cominciava a tormentare nervosamente la barba. In quelle occasioni Minù, che non capiva il comportamento del padre, guardava la mamma per essere rassicurata di non essere stata la causa involontaria di quel malumore. Per tranquillizzarla, Crisagonda la prendeva in braccio e la copriva di teneri baci. Dopo pranzo tutta la famiglia saliva in paese e si dirigeva verso il mercato per vendere il pesce pescato.          

Quello era il momento che Minù preferiva di tutta la giornata: amava gironzolare tra le bancarelle e ricevere in regalo le ciliegie di cui andava ghiotta o altra frutta di stagione. Di lì a pochi giorni Minù avrebbe compiuto cinque anni e i genitori avevano deciso di farle un bel regalo. Approfittando del fatto che la piccola si intratteneva presso la bancarella della frutta, Crisagonda acquistò l’occorrente per cucire una bambola di pezza. Aveva lavorato per due sere di seguito e alla fine il risultato che ottenne fu soddisfacente: una bambola color rosa con un vestitino bianco a fiori celesti dal colletto ricamato e capelli di lana gialla. Il giorno del compleanno Crisagonda preparò una torta di mele. “Oh mamma che buona la torta!” esclamò Minù eccitata. Anselmo e sua moglie si scambiarono uno sguardo complice. “Ma non è finita qui!” così dicendo il papà prese la bimba sulle ginocchia. “Chiudi gli occhi.” Le intimò dolcemente mettendole in grembo il regalo. Minù li riaprì immediatamente e quando vide la bambola arrossì e gli occhi le divennero lucidi. “Mamma, papà vi voglio tanto bene!” e cominciò a saltellare per tutta la stanza con in braccio la bambola mentre i genitori ridevano soddisfatti. Passarono i giorni e Minù e Filodoro, questo era il nome dato al balocco, erano diventate inseparabili. Addirittura Minù non riusciva più a prendere sonno se non stringeva Filodoro fra le braccia. Crisagonda cominciò a pensare di non aver fatto bene a farle quel regalo: la piccola si era chiusa in se stessa e non giocava più con nessuno per paura di lasciare la bambola. Ad aggravare la preoccupazione della donna c’era l’imminente nascita del bimbo che aveva in grembo. “Come reagirà Minù all’arrivo della creatura?” chiedeva con ansia al marito. “Ti preoccupi troppo” la rimproverava con tenerezza Anselmo “ Vedrai che le farà bene avere un fratellino così metterà da parte quella bambola!” “O sorellina” lo correggeva ridendo. Finalmente giunse il giorno in cui Crisagonda diede alla luce un bimbo. Il nome che venne scelto per il nascituro fu Giona. I genitori al culmine della felicità dimenticarono le precedenti preoccupazioni e si dedicarono al figlio con assiduità trascurando involontariamente la piccola Minù. Dal canto suo Minù non avvertì questa mancanza dato che la bambola in poco tempo era diventata la sua unica ragione di vita. Nessuno si era accorto che Filodoro era stregata e stava soggiogando al suo volere la piccola. Chi aveva commesso il turpe gesto di indemoniare il giocattolo aveva in mente un piano diabolico e l’avrebbe attuato ben presto. Come ogni giorno dopo pranzo Anselmo fece per andare al mercato a vendere il pesce. Da quando Giona era nato, non portava più Crisagonda e Minù con sé. Quel pomeriggio la piccola, spinta dalla bambola, chiese al papà di poter andare insieme come ai vecchi tempi. Anselmo si consultò con la moglie e decise di accontentarla. Arrivati in piazza, Minù cominciò a gironzolare tra le bancarelle come al suo solito. “Non ti allontanare troppo! Se ci perdiamo, aspettami al banchetto di frutta della signora Tilde.” Con questa raccomandazione Anselmo diede un bacio alla bimba e si dedicò al suo commercio. La sera era quasi giunta ed era ora di tornare a casa. Il babbo cercò con lo sguardo la piccola ma non riuscì a trovarla. Allora si diresse verso il banco della signora Tilde. “ Buonasera, ha per caso visto Minù?” Tilde sorrise “Ah signor Anselmo quest’oggi ha portato la piccola con sé? Strano, non si è fermata qui! Di solito mi viene sempre a salutare e io le do le ciliegie. La sua bimba è un amore!” A quelle parole il babbo si preoccupò: se non era passata di lì dove si era cacciata? Aveva controllato tutte le bancarelle ma non c’era traccia del suo passaggio. Dopo ore e ore di ricerche inutili decise di tornare a casa con la speranza di trovarla sana e salva ad aspettarlo. “Forse ha pensato di  andarsene da sola dalla mamma…” pregava in cuor suo. Ma le sue preghiere non vennero esaudite. Appena varcò la soglia di casa, Crisagonda, non vedendo Minù, si alzò di scatto: “Dov’è la piccola? E’ fuori a giocare?” Anselmo sbiancò e dovette confessare con la morte nel cuore di aver perso la bimba al mercato. Passarono giorni di ricerche convulse e disperate, i giorni divennero mesi e i mesi divennero anni ma di Minù non c’era più nessuna traccia. Dopo cinque anni di infruttuose spedizioni Anselmo e Crisagonda dovettero realizzare che non avevano più nessuna speranza di riabbracciare la loro adorata bambina. Decisero, per arginare il dolore lancinante, di non parlare più di lei e di comportarsi come se la figlia non fosse mai nata; decisero inoltre di tenere per sempre all’oscuro Giona e di fargli credere di essere figlio unico. All’età di 11 anni Giona era diventato un ragazzo forte e robusto. I suoi riccioli ramati ricadevano sulle spalle e le sue lentiggini gli conferivano l’aria da monello. Ogni tanto aiutava il padre nella pesca ed era diventato molto bravo in quel genere di attività. Anselmo era orgoglioso del figlio. Tuttavia non riusciva più ad essere quell’uomo allegro e gioviale di un tempo. Un giorno in cui si sentiva poco bene, Giona decise di non andare in mare aperto con il babbo. La mamma era via per una delle sue solite passeggiate in pineta e così il ragazzo pensò di andare a curiosare nella cassapanca che era in camera da letto e che i genitori tenevano gelosamente chiusa. Prese un grosso coltello e cercò di forzare la serratura. La curiosità aveva preso il sopravvento sulla ragione e sulla prudenza. Finalmente il coperchio si aprì. Il ragazzo rimase molto deluso alla vista del contenuto: c’erano solo gli abiti a festa del babbo e della mamma e, avvolti in un panno, degli abiti da bambina. “Chi sa come mai non volevano farmi vedere cosa c’era qui dentro? Mah! Questi devono essere i vestitini di quando mamma era bimba…” pensò. Un urlo lo distolse dai suoi pensieri. “Che stai facendo?!” Giona trasalì e si voltò di scatto. Crisagonda lo aveva colto con le mani nel sacco. “Ti avevo proibito di aprire la cassapanca!” Si avventò sul vestitino che il figlio aveva tra le mani e glielo strappò con forza. Con un’aria assente cominciò a cullarlo tra le braccia come se fosse un neonato. Giona si spaventò. “Mamma perdonami! Io non volevo! Ma…” Le parole gli morirono in bocca. Crisagonda era estraniata dalla realtà e pareva non ascoltarlo. La perdita della figlia, troppo a lungo celata, aveva creato una rottura in lei. La sua mente provata aveva reagito creando due personalità distinte: la Crisagonda reale che aveva allevato con amore il suo unico figlio e la Crisagonda immaginaria che viveva solo per la sua splendida bambina dai riccioli ramati. Era sempre riuscita a tenere a bada la seconda ma la vista di quel vestito purtroppo aveva rotto gli argini dell’autocontrollo. “Chi sei? Cosa vuoi ragazzo? Torna dalla tua mamma!” Giona scoppiò in lacrime. Perché sua madre non lo riconosceva più? “Mamma! Mamma! Sono io! Sono tuo figlio!” Crisagonda lo fissava in trance “Io ho solo una bimba. La mia Minù. Eccola, guarda che bella!” E gli porse il vestito che aveva stretto a sé. Giona era pietrificato. Che cosa stava succedendo? Fece per avvicinarsi ma Crisagonda ritrasse le braccia e si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola “Tu volevi rubare la mia Minù! Vattene! Vattene via! Sparisci dalla mia vista!” Il povero ragazzo più spaventato che mai uscì di corsa dalla casa e sempre di corsa si infilò nella pineta. Continuò a correre anche se le gambe non gli reggevano più e non aveva più fiato. Continuò a correre per non sentire la paura, il dolore e le lacrime che scorrevano copiose sulle sue guance. Superò il mercato e andò verso la collina. Passò per le terre del signorotto e si infilò nella fitta boscaglia che portava al palazzo. Sentiva che il cuore stava per scoppiargli in petto e decise di riposare appoggiandosi ad un albero. Un dolore lancinante al polpaccio arrestò la sua corsa. Crollò a terra svenuto. Quando si risvegliò era in un letto dai morbidi guanciali e dalle soffici lenzuola. Al suo capezzale una splendida ragazza dai riccioli ramati lo fissava. “Mio padre ti ha trafitto il polpaccio con una freccia, scambiandoti per un cinghiale.” A quell’idea rise di gusto. “Il medico ha detto che guarirai presto non ti preoccupare. Per ora resterai qui e riposerai.” Giona sentì le lacrime salirgli agli occhi. Deglutì a fatica. “Che ci facevi nel bosco? Dove sono i tuoi genitori?” Al pensiero della mamma che lo cacciava di casa urlando scoppiò a piangere disperato. La ragazza cercò di consolarlo “Non piangere, raccontami cosa  è successo.” Il povero sventurato delineò per sommi capi la situazione che per lui era incomprensibile. “Mamma è convinta di avere una figlia che si chiama Minù e non mi riconosce…” concluse tirando su con il naso. A quelle parole la ragazza si alzò di scatto. “Tua madre è pazza! Non esiste alcuna Minù! Resterai qui.” E a quelle parole pronunciate in maniera perentoria uscì dalla stanza. Dopo pochi minuti entrò una donna anziana e molto brutta abbigliata sontuosamente. Portava in mano un’ampolla con un liquido blu scuro. “Piccolo caro” mormorò con voce melliflua “La signorina Filodoro, che hai appena conosciuto mi ha detto che rimarrai a palazzo con noi e che diventerai il suo fratellino. Bevi questo decotto, ti farà sentire meglio.” Lo poggiò sul comodino e lo guardò con i suoi occhi gialli e cattivi. “A dopo.” E uscì dalla stanza. Giona non aveva nessuna intenzione di rimanere per sempre in quella casa, voleva tornare dal suo papà e dalla sua mamma. Quella vecchia lo aveva spaventato e la signorina Filodoro lo aveva insospettito con quella reazione strana quando aveva pronunciato il nome “Minù”. Sentiva che c’era qualcosa sotto e aveva il desiderio di scoprirlo. Prese il decotto e lo gettò dalla finestra. “Mi hanno preso per uno stupido? Non mi fido di quella megera e non berrò mai questo liquido schifoso!”. Durante il giorno si comportò in maniera educata e docile per non destare sospetti. Aspettò il sopraggiungere della notte e si diresse verso la camera della vecchia dama. Sapeva che la donna nascondeva un segreto e voleva arrivare a smascherarla. Accostò l’occhio alla serratura. “Quest’ultimo decotto farà si che il ragazzo si affezioni a noi e non voglia più lasciare il palazzo. Questo è blu, vedi? Quello che fece perdere la memoria a  Minù undici anni fa era rosa.” “Minù! Ma allora esite!” pensò. Il ragazzo cercò di guardare meglio. Non riusciva  a capire con chi stesse parlando la megera. “Don Diego e sua moglie mi ringrazieranno e ricompenseranno per aver portato loro un altro figlio. Povera Donna Ada, così bella ma così incapace di dare eredi a suo marito. Una vera tristezza. L’arrivo di Minù la fece rifiorire, ricordi?” “Si, ricordo perfettamente. Donna Ada era ormai rassegnata a non avere figli e quando voi le portaste quella splendida bimba dai capelli ramati dicendole che si era persa nel bosco fu una vera gioia! Decideste di chiamarla Filodoro come la bambola che avevate stregato per condurla qui e grazie ai vostri decotti la bambina scordò la sua vita precedente…Fino a oggi” L’interlocutrice della strega era una vecchia serva molto fedele iniziata alla magia molti anni addietro. La megera si grattò il mento preoccupata. “Hai ragione. Dovrei farle bere una nuova pozione. Filodoro sta cominciando a ricordare! Quando quel ragazzo ha pronunciato il nome Minù la signorina ha sentito qualcosa nella sua mente. Per fortuna è talmente soggiogata che è venuta di corsa a raccontarmelo!”. Per Giona fu tutto chiaro. Sua madre non era impazzita: Minù era sua sorella, esisteva davvero e a quanto pare ora si chiamava Filodoro e viveva a palazzo per colpa della strega che l’aveva rapita! Si allontanò di soppiatto dalla camera e si calò giù dalla finestra. Doveva assolutamente tornare a casa da suo padre e raccontargli tutto. Si fermò di colpo: un pensiero sensato lo aveva attraversato. Anche se suo padre avesse saputo la verità cosa avrebbe potuto fare per riprendersi la figlia? Don Diego era troppo potente e la strega troppo cattiva, non c’era nessuna possibilità di far ritornare Minù a casa. Fu preso dallo sconforto. “Chi va là?” Giona trasalì. Si girò e vide la sorella. “Signorina…Sono io.” “Ah sei tu piccolo.” Filodoro gli sorrise. “Che ci fai in giardino a quest’ora? Non riesci a dormire, come me?” Giona ebbe un’idea: solo facendo tornare la memoria a Minù l’avrebbe potuta salvare. Cominciò a parlare senza sosta della mamma e del papà, le descrisse la loro vita e pronunciò il suo vecchio nome almeno un centinaio di volte. La ragazza lo guardava con occhi sgranati. Si sentiva strana. La testa le doleva e vedeva delle immagini davanti a sé: c’era un uomo grande e grosso con la barba rossa e una donna minuta che le sorridevano. Si alzò di scatto “Devo andare al banco della signora Tilde…Papà mi aspetta lì!” Fece un passo e si accasciò sull’erba. Dopo un po’ riprese i sensi. “Dove sono mamma e papà? Dov’è il mio fratellino? E Filodoro, la mia bambola?” Giona l’aiutò a rialzarsi. “Minù, sono io il tuo fratellino! Sono Giona!” Minù lo guardò. Come si era fatto grande, lei lo ricordava neonato. Quanti anni erano passati? E cosa aveva fatto in tutto quel tempo? Una fitta lancinante alla testa la fece accasciare di nuovo. Allarmato Giona la prese fra le braccia per sorreggerla. “Minù! Ti senti bene?”. Si, stava benissimo: ricordava tutto. La sua vita precedente, la bambola che le aveva cucito la mamma, la strega che l’aveva ingannata e Don Diego e Donna Ada che l’avevano cresciuta con amore immenso e che lei amava a sua volta. Abbracciò il fratellino e lo tenne stretto a sé. “Vieni con me Giona.” Il ragazzo si affidò alla sorella maggiore sollevato dal pesante fardello che aveva dovuto portare fino a quel momento. Andarono nella camera di Don Diego e Donna Ada e Minù raccontò loro di non essersi persa nel bosco undici anni prima come aveva voluto far credere la strega ma di essere stata rapita tramite un incantesimo. “Io vi amo da morire ma dobbiamo tornare dai nostri veri genitori che hanno sofferto tanto in tutti questi anni credendomi morta.” Don Diego abbracciò la figlia. “Mia cara io e tua madre abbiamo sempre agito in buona fede e ci siamo fidati di quella vecchia megera. Ti abbiamo amato più della nostra stessa vita e pensavamo che tu eri un dono del cielo. Non posso permettere che la nostra felicità dipenda dalla sofferenza di altre persone! Lascia fare a me! Andate a dormire ora. Ne riparleremo domani.” In men che non si dica fece imprigionare la strega e la serva nelle segrete del palazzo; senza pozioni e incantesimi erano diventate due vecchie innocue. L’indomani fece convocare Anselmo e Crisagonda a palazzo. La donna era tornata in sé dopo aver cacciato il figlio ed era distrutta dal dolore per aver perso anche il suo adorato Giona. Don Diego li fece accomodare. “Minù, Giona venite qui!” ordinò a gran voce. Anselmo e Crisagonda alla vista dei loro figli sani e salvi credettero di svenire. Piansero, si abbracciarono, si baciarono e finalmente arrivò il momento delle spiegazioni. Don Diego li guardava sorridendo “Per ricompensarvi di questi undici anni di inferno che avete passato ho deciso che verrete a vivere qui a palazzo. Tu Anselmo diventerai il mio segretario personale e Crisagonda sarà la dama di compagnia di mia moglie. Minù e Giona diventeranno gli eredi di tutte le mie fortune.”  Anselmo con gli occhi pieni di lacrime non riusciva a credere che gli fosse capitata una fortuna simile. Accettò con gioia la proposta del signorotto. Minù andò in camera e prese la sua bambola. “Tutto è cominciato a causa di questa!” E la mostrò ai presenti. “Ma se non ci fosse stata questa bambola non avrei potuto conoscere le persone meravigliose che mi hanno colmato di affetto. Perciò la conserverò per sempre con cura perché è merito suo se ora vivremo tutti insieme in amore, armonia e ricchezza.” Con queste parole Minù strinse a sé la bambola e guardò al suo nuovo futuro felice e serena.


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